SINFI 4.0, i nodi: un booleano per la vulnerabilità cyber e uno per l’early warning
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Finora il catasto nazionale delle reti voleva sapere dove passa il cavo e dentro che cosa è infilato. Con la versione 4.0 comincia a chiedere che amplificatore c’è nel nodo, come è alimentato e se qualcosa lo sorveglia. Cambia la natura del dato, non il dettaglio. E c’è una riserva che quasi nessuno citerà.
Adottato non vuol dire deciso
La versione 4.0 è stata adottata con la determinazione AgID n. 129/2026 del 14 luglio, pubblicata il 15 sul portale trasparenza e annunciata il 20. Per le tratte di linea le modifiche sono presentate come modifiche, e basta: le abbiamo passate in rassegna ieri.
Per i nodi no. Nel «Report modifiche Specifica v.4.0» la premessa alla classe ND_COM — nodo della rete di telecomunicazione e cablaggi, 070702 — si chiude con una frase: «Prima di procedere con le integrazioni, occorre concordare le proposte descritte con gli stakeholder».
Quindi tutto quello che segue è una proposta. Leggerla come un obbligo è un errore. Ignorarla perché «tanto non è ancora obbligatoria» è un errore più grosso: il momento in cui una proposta si può ancora cambiare è adesso.
Il nodo, e il nodo che non esiste
Le integrazioni proposte per ND_COM sono tre: la posizione verticale (stesso dominio delle tratte, valore subacqueo compreso), il tipo e le caratteristiche specifiche in forma di data type.
Al dominio del tipo — che già elenca pozzetti, giunti, centrali telefoniche con e senza fibra, stazioni radio base, armadi ripartilinea, FTTCab/CNO, ROE e land station satellitari — si aggiungono 15 nodo di approdo (fra tratte sottomarine e tratte terrestri) e 16 snodo subacqueo. Il primo è il punto in cui una dorsale sottomarina diventa rete terrestre, e il più concentrato di rischio dell’intera tratta.
Poi c’è 89 fittizio, «nodo funzionale alla connessione a grafo dei nodi (utilizzato per gli amplificatori e sistemi di monitoraggio o sorveglianza, dettagliati come data type)». Tradotto: un amplificatore non è un nodo in senso topologico, ma per stare nel grafo del catasto un nodo gli serve, e il modello se lo inventa. È un dettaglio da modellatore, e dice una cosa a chi progetta: la rappresentazione del catasto non coincide con la vostra, e la conversione va progettata, non improvvisata al conferimento.
«Vulnerabilità cyber»: sì o no
Il data type ND_COM_AMP descrive l’amplificatore con tre attributi. Il tipo: EDFA, Raman, SOA, altro — il vocabolario è quello della ITU-T G.662 sugli amplificatori ottici. L’alimentazione: corrente continua, corrente alternata, power over Ethernet, remota (remote powering), pannelli solari o batterie, altro. E poi AMP_VUL, «vulnerabilità cyber», cardinalità [0..1], tipo Boolean.
Un booleano. Vero o falso.
Tre domande da portare in concertazione. Chi risponde: il gestore della rete, chi ha messo in campo l’apparato, il costruttore? Rispetto a che cosa: a un avviso di sicurezza pubblicato, a una versione di firmware, a una valutazione interna? Con quale data: perché un apparato «non vulnerabile» a luglio lo smette di essere il giorno in cui esce un avviso, senza che nessuno abbia toccato niente in campo.
Un campo binario su una proprietà che cambia nel tempo è una fotografia che invecchia. Se il campo resta — e può restare, purché serva — accanto gli serve una regola di compilazione scritta: riferimento, data della valutazione, soggetto che la firma. Senza quelle tre cose la colonna si riempie di «false» per prudenza e non informa nessuno. Con quelle tre cose diventa un dato. La differenza si decide adesso, non al primo conferimento.
Monitorare non è prevenire
Il secondo data type è ND_COM_SOR, sistemi di monitoraggio o sorveglianza. Le capacità dichiarabili, cardinalità [0..*]: rilevamento guasti, rilevamento intrusione/manomissione, monitoraggio ambientale, analisi qualità del segnale, altro. La seconda conta per chi ha cassette e armadi non presidiati lungo il percorso.
Poi SOR_EW, early warning: ancora un booleano, definito dal documento come «funzionalità di allerta preventiva che segnala anomalie o potenziali guasti prima che si verifichi un’interruzione del servizio».
Dichiararlo costa una spunta. Dimostrarlo è un’altra cosa. Un allarme scatta quando la soglia è passata: il servizio è già giù. Un preallarme richiede di vedere la deriva mentre il servizio lavora — quindi una misura che non ferma il traffico ma gli passa accanto, su un’altra lunghezza d’onda — e uno storico con cui confrontarla. Chi mette «true» senza avere né l’una né l’altro sta dichiarando un’intenzione.
Le reti elettriche non sono un altro capitolo
Sul lato elettrico il documento non porta la stessa riserva. Nella classe TR_ELE (tratto di linea, 070301) cambia un attributo solo: TR_ELE_TY passa da enumerato gerarchico a enumerato semplice. Nel dominio stampato, però, due voci diverse portano lo stesso codice 04 — «tratta destinata all’illuminazione pubblica» e «tratta destinata alla semaforizzazione e similari» — e nello stesso elenco due sigle compaiono due volte con significati diversi (TR_ELE_STA per stato e per infrastruttura di alloggiamento, TR_ELE_PRO per profondità e per tipo di segnalazione). Sembrano refusi: vanno chiariti prima che qualcuno ci scriva sopra un tracciato record.
Nella classe ND_ELE (nodo della rete elettrica, 070302) l’attributo «tipo utenza allacciata» diventa obbligatorio e il dominio si apre ad albero: domestica, industriale per classe dimensionale, agricola — con una voce «agricoltura di precisione» — mista, antincendio, strutture pubbliche e servizi urbani. È l’ultimo ramo a dire dove si sta andando: illuminazione pubblica, semafori, colonnine di ricarica elettrica, videosorveglianza, sensori e dispositivi IoT — con l’obiettivo dichiarato di favorire l’integrazione con gli altri sistemi di gestione dei servizi urbani.
Due avvertenze oneste anche qui: accanto all’attributo la cardinalità stampata resta [0..*], che con l’obbligatorietà annunciata nel testo non torna; e le duplicazioni «punto luce» e «semaforo» nell’attributo tipo sono voci «di cui si propone l’eliminazione» — anche questa, dunque, una proposta.
Perché riguarda chi posa fibra: un catasto che registra i carichi e i servizi, non solo le condutture, è la mappa da consultare prima di scavare in un cavidotto condiviso o di coordinare un intervento con il distributore elettrico.
Che cosa fare adesso
- Partecipare alla concertazione, invece di subirla. Per i nodi siamo alle proposte: un’osservazione scritta oggi costa un’ora, un adeguamento imposto domani costa una campagna di rilievo.
- Raccogliere già da ora i dati sugli apparati attivi: tipo di amplificatore, alimentazione, presenza e capacità del sistema di monitoraggio. Sono i dati che nessuno ha in forma esportabile — stanno nei verbali, nelle mail e nella memoria di chi ha messo in campo l’apparato.
- Scrivere la regola di compilazione dei booleani prima di compilarli: rispetto a quale riferimento, con quale data, firmata da chi.
- Progettare la conversione verso il nodo 89: decidere come i vostri apparati diventano nodi del grafo e conservare l’identificativo che lega le due rappresentazioni.
- Sul lato elettrico, censire l’utenza allacciata nodo per nodo: è un dato che si raccoglie una volta e si aggiorna, non si ricostruisce dopo.
Il punto.
Il catasto sta smettendo di essere una mappa e sta diventando un inventario di stato. Si alimenta solo se il dato nasce già strutturato dove nasce: in pozzetto, in armadio, nel verbale di collaudo. Documentare una rete non è una pratica di fine lavori: è una raccolta che si progetta prima. È il modo in cui lavoriamo — misura, certificazione e documentazione as-built impostate perché il conferimento sia un’esportazione.
Dovete decidere quali campi aggiungere al vostro as-built prima che il modello dati si chiuda? Parlatene con un tecnico.
Fonti
- geodati.gov.it — Report modifiche Specifica v.4.0 (PDF)
- AgID — Online le nuove specifiche tecniche del SINFI, il catasto delle infrastrutture di rete
- AgID, portale trasparenza — Determinazione n. 129/2026, adozione della versione 4.0
- ITU-T G.662 — Generic characteristics of optical amplifier devices and subsystems