Note operative Tecnica

Si può fare un OTDR su una fibra in esercizio senza spegnere il cliente?

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Scie luminose di traffico notturno su una carreggiata curva, in bianco e nero, con lampioni accesi sullo sfondo
Il traffico non si ferma per farsi misurare: la misura deve passare accanto, su un’altra lunghezza d’onda.

«Misurate quella tratta, ma non fermate il traffico.» La richiesta arriva quando un collegamento degrada e nessuno vuole firmare una finestra di fermo. Si può fare, ma non con lo strumento e il metodo del collaudo: la misura in esercizio non è un OTDR fatto con più attenzione, è un’altra architettura, e si decide quando la rete si progetta. Il riferimento è una raccomandazione ITU-T che quasi nessun capitolato cita — e chi la cita, spesso la cita con la sigla sbagliata.

Prima cosa: L.66 oggi si chiama L.313.

Il documento è «Optical fibre cable maintenance criteria for in-service fibre testing in access networks», approvato il 18 maggio 2007 dallo Study Group 6 dell’ITU-T con la sigla L.66. Sulla scheda ITU c’è una nota: «Former ITU-T L.66 renumbered as ITU-T L.313 on 2016-02-15 without further modification and without being republished». Testo identico, sigla nuova dal 15 febbraio 2016; la scheda L.313 (05/07) risulta «In force». Chi scrive «secondo ITU-T L.66» in un capitolato del 2026 cita una sigla rinumerata da dieci anni: il contenuto è giusto, il riferimento no.

Perché non si spara a 1550 nm su una fibra accesa.

La clausola 5 fissa due requisiti che sembrano ovvi e non lo sono: misurare senza degradare i segnali di comunicazione, e restare capaci di valutare la fibra anche in presenza di interferenza con la luce di comunicazione. Sono due problemi opposti.

Verso l’utente, l’impulso di test percorre la stessa fibra del segnale e arriva sul fotodiodo dell’apparato terminale, a banda larga: non scarta la luce perché «non è il segnale». Verso lo strumento, la luce di comunicazione attraversa l’accoppiatore di iniezione ed entra nel rivelatore dell’OTDR, dove si somma a una retrodiffusione molto più debole dell’impulso lanciato.

La soluzione non è abbassare la potenza di test. La clausola 7.1 è diretta: la lunghezza d’onda di manutenzione non deve essere una di quelle usate per i segnali di comunicazione. Se il test cade nella banda di trasmissione, nessun filtro lo toglie senza togliere anche il segnale. La separazione è spettrale, non di livello: ridurre la potenza fa solo perdere dinamica.

La banda di manutenzione e il perché di 1650 nm.

Le bande di comunicazione arrivano fino alla L-band, 1565-1625 nm, con spaziatura minima di canale definita a 12,5 GHz. Sopra c’è la U-band, 1625-1675 nm, che la figura 1 della raccomandazione indica come banda di manutenzione; la lunghezza d’onda di test è 1650 nm, secondo l’allocazione della ITU-T L.41. La ragione, alla clausola 7.2, è semplice: la U-band non è usata per i segnali di comunicazione.

La stessa clausola fissa la geometria dello spettro: detti A e C i bordi della sorgente, B e D quelli del filtro di taglio, deve valere B < A < λtest < C < D. E aggiunge l’avvertenza che pesa di più in campo: il rumore di banda laterale della sorgente, che cade fuori dalla banda di taglio, va soppresso a sufficienza rispetto al valore di taglio del filtro (Lt dB) — altrimenti il filtro non basta. L’appendice II, esperienza giapponese riportata a titolo informativo, lo quantifica: un filtro a reticolo di Bragg da −52,48 dB alla lunghezza d’onda di picco scendeva a una reiezione effettiva di −20,38 dB, perché la sorgente sopprimeva la banda laterale solo di circa −40/−50 dB.

Il filtro all’estremità: il pezzo che quasi nessuno mette a capitolato.

Lo schema della clausola 7.3 è essenziale: in centrale un accoppiatore inietta la luce di test verso l’apparato d’utente; all’estremità della linea un filtro di taglio della luce di test, con valore di taglio Lt in dB, impedisce che quella luce raggiunga il ricevitore. Il valore richiesto non è un numero di catalogo: la raccomandazione lo lega al rapporto S/X del sistema e alle potenze presenti sotto l’accoppiatore, con la relazione Lt >> SX − Pcd + Pt.

Quel filtro sta a casa del cliente. L’appendice I lo colloca il più vicino possibile all’estremità della rete di distribuzione ottica, tipicamente nel connettore davanti all’apparato terminale, con perdita d’inserzione media inferiore a 1 dB alla lunghezza d’onda di comunicazione. Si decide quando si sceglie la terminazione e si posa la bretella, non dopo. Chi non lo ha installato non può fare misure in esercizio: non è questione di strumento. E dove sono i filtri lo deve dire l’as-built, altrimenti al primo guasto nessuno sa quali tratte siano misurabili.

Simmetricamente, la clausola 7.4 chiede che lo strumento tolleri la luce di comunicazione e che un filtro davanti al rivelatore la respinga: il criterio è tenere entro 0,2 dB la fluttuazione indotta sulla traccia, con il segnale residuo 10 dB sotto la retrodiffusione di Rayleigh.

Il caso PON.

L’appendice III interessa chi lavora su FTTH. Con lo splitter, un OTDR lanciato dalla centrale non individua i guasti nel tratto ramificato fra divisore e apparati d’utente: le retrodiffusioni dei rami si accumulano e nella traccia non sono separabili. Quindi si misura dal lato utente — che equivale a misurare una tratta punto-punto — e la misura deve comunque essere in esercizio, perché gli altri rami sullo stesso splitter possono essere attivi. Quanto pesa il divisore sul bilancio è un conto a parte, già fatto qui.

L’alternativa che la raccomandazione dichiara e non tratta.

È la strada che molti prendono senza sapere di averla presa. Già nello scopo, la clausola 1 segnala un approccio alternativo — monitorare i parametri chiave degli apparati, come la potenza trasmessa dall’OLT e quella ricevuta dall’ONU — e dichiara espressamente che non è esaminato nella raccomandazione. È più semplice, spesso già disponibile senza hardware aggiuntivo, e ha un limite preciso: dice che qualcosa è cambiato, non dove. È una soglia d’allarme, non una localizzazione. La via fuori banda localizza, ma costa: un filtro su ogni terminazione, requisiti spettrali sulla sorgente, strumenti che tollerano la luce di esercizio. Nessuna delle due sostituisce l’altra: sceglierne una senza saperlo è l’errore vero.

Cosa scrivere in capitolato.

  1. Banda di test dichiarata: U-band, 1650 nm, con riferimento esplicito a ITU-T L.313 (già L.66), clausola 7.1.
  2. Filtro di taglio in ogni terminazione d’utente, il più vicino possibile all’estremità dell’ODN, collaudato all’attivazione — non «predisposto».
  3. Valore di taglio Lt richiesto in dB, ricavato dal rapporto S/X del sistema, più il requisito di soppressione della banda laterale della sorgente.
  4. Punto di iniezione: dove sta l’accoppiatore e da quale lato si misura, con il caso PON trattato a parte.
  5. Esito preteso: traccia nativa e valori con i parametri di misura, non un passa/non passa — vale in esercizio come al collaudo, dove l’impulso cambia ciò che si vede.
  6. Registrazione nell’as-built della posizione di ogni filtro, con il codice della terminazione: senza, la misurabilità si perde alla prima riconfigurazione.

Il punto.

Se banda dedicata, filtro all’estremità e strumenti conformi non ci sono, la scelta non è fra misurare bene e misurare male: è fra spegnere il cliente e non misurare. È una decisione di progetto, da prendere prima della posa. È il modo in cui lavoriamo: misura, certificazione e documentazione definite insieme al progetto, dalle dorsali alle sale dati — perché una rete che non si può misurare accesa si diagnostica solo spegnendola.

Avete un capitolato da scrivere o una rete posata da rendere misurabile in esercizio? Contattateci: verificare cosa è previsto alle terminazioni costa molto meno di una finestra di fermo.

Fonti