La muffola è IP68. Ma tiene davvero, e dopo quante riaperture?
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Un pozzetto, una muffola chiusa due anni fa, un ramo da aggiungere. Si solleva il chiusino e sul fondo della prima cassetta c’è un velo d’acqua. Il capitolato diceva «IP68». Scenario tipico, non un lavoro nostro, e la domanda è sempre la stessa: se era IP68, come è entrata l’acqua? Perché «IP68» non è una promessa di tenuta nel tempo: è l’esito di prove di laboratorio in condizioni definite, e nel pozzetto le condizioni sono altre.
Che cosa classifica il grado IP, e su che cosa tace.
Il riferimento è la IEC 60529:1989+AMD1:1999+AMD2:2013 CSV, edizione 2.2 del 29 agosto 2013, Degrees of protection provided by enclosures (IP Code), del comitato TC 70. L’abstract non lascia margini: si applica alla classificazione dei gradi di protezione degli involucri per apparecchiature elettriche fino a 72,5 kV. Due parole pesano: «classificazione», perché assegna un codice e non qualifica un prodotto per un ambiente; e «apparecchiature elettriche», che una muffola ottica non è.
Il codice ha due cifre — corpi solidi e accesso alle parti pericolose la prima, acqua la seconda — e le tabelle non le riportiamo: la norma è a pagamento e le clausole non sono verificabili su fonte aperta. Ma il punto si vede da fuori: nella sigla non c’è nulla su cicli termici, gelo, ultravioletti, gasolio, schiacciamento o vibrazione, non c’è una profondità né una durata, e nulla sulle riaperture.
La norma che qualifica una chiusura esiste, ed è gratuita.
È la Raccomandazione ITU-T L.201 (05/2021), edizione 3.0 approvata il 29 maggio 2021 dallo Study Group 15, Performance requirements for passive optical nodes: Sealed closures for outdoor environments. Nata come L.13 nel 1992, rinumerata nel 2016, si scarica gratis da itu.int.
Definisce tre ambienti, e un prodotto si qualifica per uno: OA fuori terra, OG a livello del suolo, OS interrato — pozzetti, camerette, posa diretta — e due gruppi di criteri: integrità meccanica e stabilità ottica.
La tenuta si prova in pressione: sovrapressione interna di 20 kPa per OA e OG, 40 kPa per OS, 98 kPa nelle reti pressurizzate. Due requisiti, entrambi da soddisfare: caduta di pressione non oltre 2 kPa fra prima e dopo, e nessuna bolla in immersione per quindici minuti. Poi, a pressione mantenuta, tutto il resto: colonna d’acqua di 5 metri per sette giorni (OS) o 1 metro (OG); dodici cicli termici fra −30 e +60 °C sotto terra e fra −40 e +65 °C negli altri ambienti; urto con sfera d’acciaio da un chilo; schiacciamento a 1000 N su 25 cm² (OG e OS); vibrazione a 10 Hz per un milione di cicli. Le prove meccaniche si fanno a −15 °C e a +45 °C, e i campioni vanno montati anche a −5 °C: è d’inverno che si sbaglia una guarnizione. Seguono acido cloridrico a pH 2, soda a pH 12, gasolio, vaselina, nebbia salina; e sui materiali, funghi e 2160 ore di ultravioletto, con degrado meccanico sotto il 20%. Niente di questo entra in una sigla di quattro caratteri.
Le riaperture sono cinque. Solo cinque.
È la clausola che nessuno legge. La L.201 prescrive cinque riaperture, con almeno un ciclo termico fra una e l’altra, e la tenuta va verificata dopo ogni riapertura, non solo alla fine. Cinque è quanto la qualifica dimostra: un punto di flessibilità in rete d’accesso ne vede molte di più in vent’anni, e da lì in poi si è fuori dal provato.
Due righe della stessa raccomandazione valgono da clausola contrattuale: l’incapsulante non è raccomandato nelle chiusure riapribili, e una chiusura dovrebbe riaprirsi e richiudersi senza interrompere i circuiti vivi. Il secondo punto ha un nome: stabilità ottica dinamica, la perdita transitoria misurata sulle fibre vive mentre si manipola l’organizzatore — limite 0,5 dB a 1310 e 1550 nm, 1,0 dB a 1625 nm, 0,1 dB residui. La stabilità statica, quella che quasi tutti dichiarano, guarda solo il prima e il dopo: chi apre una muffola su un cavo in esercizio sa che la differenza non è accademica.
Le categorie ambientali IEC hanno un numero.
La famiglia parallela è la IEC 61753-1:2018, edizione 2.0 del 15 agosto 2018 (TC 86/SC 86B), Performance standard – Part 1: General and guidance: definisce prove e severità formando le categorie prestazionali, cioè gli ambienti di servizio. Per le chiusure sono tre: A aerea, G a terra — dal metro sotto il piano di campagna ai tre metri sopra — e S interrata. Le norme di prodotto sono IEC 61753-111-07/-08/-09:2021, edizione 1.0, che sostituiscono le parti 111-7, 111-8 e 111-9 del 2009 — attenzione, 111-8 e 111-08 sono documenti diversi — e le parti aerea e a terra escludono le chiusure a respirazione libera; la L.201 ha armonizzato le proprie prove con la IEC 61753-1.
E l’IP68? Nella L.201 compare una volta sola, in una nota informativa: la chiusura che supera le prove di tenuta e di sommersione può considerarsi conforme al requisito IP68. Una conseguenza, non un requisito.
La qualifica è del prodotto, non del giunto.
La ITU-T L.315 (03/2018) è netta: l’acqua entra comunque, perché dipende dal livello di protezione del prodotto, dal tempo di immersione, dalla pressione e dalla qualità con cui la chiusura è stata assemblata in campo. Il conto lo paga il vetro: la probabilità di rottura di una fibra immersa è oltre dieci volte quella in aria secca, per corrosione sotto sforzo dove la fibra è curva — cioè sulle cassette, dopo la giunzione.
Cosa scrivere in capitolato al posto di «IP68».
- Ambiente dichiarato, OA/OG/OS o A/G/S, non «per esterno»: sono programmi di prova diversi.
- Rapporto di qualifica secondo ITU-T L.201 (05/2021) o IEC 61753-111-07/-08/-09:2021, con prove e severità: l’IP68 è una conseguenza, mai l’unico requisito.
- Stabilità ottica dinamica per ogni chiusura che sia punto di flessibilità.
- Numero di riaperture dichiarato, con kit di richiusura a catalogo: guarnizioni e consumabili sono una voce d’acquisto, non un favore.
- Prova di tenuta in campo a chiusura fatta, con valvola, manometro e verbale per giunto. Detto onestamente: la L.201 non impone prove in campo, qualifica il prodotto in laboratorio. La soglia va concordata col costruttore e scritta nel contratto, non citata come obbligo di norma.
- Evidenza documentale: matricola, ambiente, data ed esito della prova, allegati alla scheda del giunto e coerenti con l’as-built.
Il punto.
Una sigla di quattro caratteri sta in una riga di capitolato e non protegge nessuno. Un ambiente dichiarato, un rapporto di qualifica e una prova di pressione a chiusura fatta spostano il rischio dove deve stare. Per questo, quando eseguiamo le giunzioni, ambiente della chiusura ed esito della prova di tenuta entrano nella scheda del giunto insieme alle misure ottiche, e nella verifica dei capitolati la riga «IP68» è la prima che riscriviamo.
Scrivete un capitolato, o avete muffole che si allagano e non sapete perché? Parlatene con noi: sopralluogo e preventivo gratuiti, anche solo per rileggere le clausole di tenuta.
Fonti
- Raccomandazione ITU-T L.201 (05/2021) — Performance requirements for passive optical nodes: Sealed closures for outdoor environments (edizione 3.0, approvata 2021-05-29)
- IEC 60529:1989+AMD1:1999+AMD2:2013 CSV — Degrees of protection provided by enclosures (IP Code) (edizione 2.2, 2013-08-29)
- IEC 61753-1:2018 — Fibre optic interconnecting devices and passive components, Performance standard, Part 1: General and guidance (edizione 2.0, 2018-08-15)
- IEC 61753-111-08:2021 — Performance standard, Part 111-08: Sealed closures for category G – Ground (edizione 1.0, 2021-04-07)