DWDM o CWDM: quale griglia ITU-T per collegare due sedi aziendali?
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Due sedi, una sola coppia di fibra spenta disponibile — magari a noleggio, magari l’ultima libera in un cavo consortile — e cinque servizi da farci passare: estensione LAN, replica storage, telefonia, videosorveglianza, un backup verso il data center. La soluzione tecnica è quasi sempre la stessa: multiplexare più lunghezze d’onda sulla stessa fibra, con un multiplexer passivo che le unisce in ingresso e un demultiplexer che le separa in uscita — per gli apparati agli estremi, ogni canale resta un collegamento punto-punto dedicato. La domanda che il capitolato deve risolvere prima di firmare è un’altra: CWDM o DWDM? La differenza tra le due sta nella distanza fra un canale e il successivo — e in quello che quella distanza costa. Non è una scelta di gusto: la fissano con precisione due raccomandazioni ITU-T — e una terza che, sorprendentemente, lascia in bianco il punto più pratico.
CWDM: la griglia ITU-T G.694.2 — pochi canali, laser economici.
La raccomandazione ITU-T G.694.2, approvata il 14 dicembre 2003 e mai più rivista da allora, fissa la griglia CWDM: 18 canali distanziati di 20 nm esatti, da 1271 nm a 1611 nm. È una spaziatura larga per scelta: l’Appendice I spiega che serve a permettere laser non raffreddati, la cui lunghezza d’onda scivola con la temperatura — la norma tollera una deriva totale dell’ordine di ±6-7 nm — e filtri a banda passante larga, entrambi più economici delle controparti DWDM. Su una fibra G.652.D, priva del picco di assorbimento intorno ai 1383 nm che penalizzava le fibre più vecchie, tutti i 18 canali sono utilizzabili; su una tratta più datata gli operatori restano in pratica sugli 8 canali della finestra 1471-1611 nm.
DWDM: la griglia ITU-T G.694.1 — canali stretti, senza un tetto fissato dalla norma.
ITU-T G.694.1 — alla terza edizione, approvata il 29 ottobre 2020 dopo quelle del 2002 e del 2012 — fissa la griglia DWDM a una frequenza di riferimento: 193,1 THz. Da lì una formula genera i canali ammessi: 193,1 + n × 0,0125 THz per una spaziatura di 12,5 GHz, e allo stesso modo con passo 0,025 (25 GHz), 0,05 (50 GHz) o 0,1 THz e multipli (100 GHz e oltre), con n intero. Il canale ancorato a 193,1000 THz corrisponde, per conversione diretta, a 1552,5244 nm; un passo a 50 GHz più stretto sposta il canale adiacente a 193,15 THz, cioè 1552,1225 nm — 0,4 nm di differenza, invisibile a occhio ma perfettamente distinta per un demultiplexer a griglia stretta. La terza edizione ha aggiunto anche la griglia flessibile, con le definizioni di «frequency slot» e «slot width», per canali di larghezza diversa sulla stessa infrastruttura. A differenza della CWDM, la norma non fissa un numero massimo di canali: la tabella d’esempio elenca frequenze dai 195,9 THz fin sotto i 185 THz, ma lo dichiara esplicitamente — estremi illustrativi, non normativi. Quanti canali entrano davvero in un collegamento dipende dalla banda passante del multiplexer e, se previsto, dell’amplificatore installato: non da un limite scritto nella G.694.1.
Il capitolato non trova il numero: cosa dice — e non dice — ITU-T G.671.
Per lo splitter PON, lo abbiamo scritto: la clausola 6.6 di ITU-T G.671 fissa perdita di inserzione minima e massima per ogni rapporto di split, un numero preciso da citare in gara. Per i multiplexer WDM la stessa raccomandazione — alla nona edizione, approvata il 29 novembre 2025 — riserva una sorpresa. La clausola 6.19 distingue tre famiglie: CWDM (6.19.1), DWDM 1×X (6.19.2) e Wide WDM (6.19.3, spaziatura ancora più larga della CWDM). Per le prime due, quasi ogni parametro — perdita di inserzione per canale, isolamento tra canali adiacenti e non adiacenti, diafonia, PDL — è marcato «ffs» (for further study) o «sba» (soggetto ad accordo bilaterale): la norma indica il metodo di prova — IEC 61300-3-4 e 61300-3-7 per la perdita di inserzione, IEC 61300-3-6 per la riflettanza, IEC 61300-3-2 per la PDL — ma non un valore pass/fail. Solo per il Wide WDM la clausola 6.19.3 fissa una formula: perdita di inserzione massima 1,5 × log₂(X) dB, dove X è il numero di canali. Per CWDM e DWDM quel numero va preso dalla scheda tecnica del produttore — e verificato con lo stesso metodo IEC che la norma già indica.
DWDM o CWDM: quale scegliere.
Con questi due vincoli chiari, la scelta si riduce a poche domande, non a un confronto di prezzo sul singolo transceiver. Quanti servizi indipendenti devono viaggiare sulla stessa fibra oggi, e tra qualche anno? Sopra una manciata di canali, il tetto pratico dei 18 della CWDM si avvicina in fretta. Serve amplificazione ottica lungo la tratta, o resterà un collegamento passivo punto-punto? Laser raffreddati e spaziatura stretta della DWDM sono pensati per reti che possono crescere in portata; i laser non raffreddati della CWDM restano il collegamento più economico su tratte passive di lunghezza contenuta. E chi certificherà la tratta ha già gli strumenti per misurare a griglia stretta? Un OTDR o un power meter tarati per una tratta CWDM non caratterizzano automaticamente canali distanti 50 o 100 GHz.
Per due sedi che devono consolidare quattro o cinque servizi su una fibra spenta, la CWDM quasi sempre basta e costa meno. Per un’interconnessione tra sale dati che deve ospitare decine di canali, o crescere in velocità senza stendere altra fibra, la DWDM è l’unica griglia che lo permette — al prezzo di laser stabilizzati in temperatura e di un capitolato più esigente sui valori di perdita, proprio perché la norma, qui, non li fissa lei.
Cosa scrivere davvero in capitolato.
- Il numero di canali richiesti oggi e il margine di crescita previsto, non solo l’etichetta CWDM o DWDM.
- La griglia esatta — lunghezze d’onda nominali (CWDM, ITU-T G.694.2) o frequenza e spaziatura (DWDM, ITU-T G.694.1) — citando la raccomandazione, non un generico «conforme WDM».
- Il valore massimo di perdita di inserzione per canale dichiarato dal produttore, con metodo di prova IEC 61300-3-4/3-7: la norma ITU-T non lo fornisce.
- Il collegamento con il budget ottico complessivo della tratta: la perdita del multiplexer si somma a cavo, giunti e connettori come qualunque altro componente passivo.
Il punto.
CWDM e DWDM risolvono lo stesso problema — troppi servizi, una sola fibra — con due griglie che l’ITU-T ha fissato in modo opposto: rigida e a canale contato la prima, aperta la seconda. Nessuna delle due, però, fissa da sola quanto deve perdere il multiplexer: quel numero lo scrive chi firma il capitolato. È per questo che ogni interconnessione tra sedi che progettiamo — due uffici o due sale dati — parte dalla griglia giusta e dal valore di perdita richiesto al produttore, non dall’etichetta sulla scatola.
Dovete collegare due sedi o due sale dati su una fibra già posata, e non sapete se basta la CWDM? Parlatene con un tecnico: la scelta della griglia si fa insieme, sul numero di servizi reali da portare.