Note operative Scenari

Data center: autorizzazione unica, ma i 90 giorni non aspettano

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Traliccio dell’alta tensione visto dal basso contro un cielo azzurro con nuvole
La connessione alla rete elettrica, non il cemento, è il vero collo di bottiglia di un progetto data center: da qui parte l’orologio dei 90 giorni.

Il 22 luglio 2026 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato i primi indirizzi operativi sul procedimento che decide quanto tempo serve, davvero, per autorizzare un data center in Italia. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: per il triennio 2026-2028 sono stati annunciati investimenti per oltre 25 miliardi di euro in nuovi impianti, e fino a ieri il tempo medio per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie superava i due anni, in molti casi i tre. Chi progetta, finanzia o mette a gara uno di questi impianti — operatore, ente, system integrator — ha ora una procedura con un nome, una durata massima scritta per legge e, soprattutto, una scadenza intermedia che non concede margini.

Un decreto per le bollette che riscrive le autorizzazioni

Il Decreto-Legge 20 febbraio 2026, n. 21 — il cosiddetto decreto bollette, nato per contenere il costo di elettricità e gas — dedica il suo articolo 8 a un tema che con le bollette familiari ha poco a che fare: il procedimento autorizzativo per la realizzazione, l’ampliamento e l’esercizio dei data center. La legge di conversione, la Legge 10 aprile 2026, n. 49 (Gazzetta Ufficiale n. 90 del 18 aprile, in vigore dal 19 aprile), ha confermato e rafforzato quella scelta, tanto da citare esplicitamente nel titolo del provvedimento l’integrazione dei data center nel sistema elettrico. Non è più una norma di contorno: è diventata la cornice legale a cui guarda chiunque debba costruire un impianto sopra una certa soglia di potenza.

Come funziona il PUCD

Il nuovo istituto si chiama, negli indirizzi operativi appena pubblicati, PUCD — Procedimento Unico per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di Centri Dati. Funziona come gli altri procedimenti unici pensati per le infrastrutture energetiche: un’unica domanda, un’unica autorità competente — quella già titolare della VIA o dell’autorizzazione integrata ambientale, quindi il Ministero dell’Ambiente per gli impianti di maggiore potenza e la Regione per quelli più contenuti — e una conferenza di servizi che raccoglie tutti i pareri necessari (ambiente, paesaggio, beni culturali, salute, incolumità pubblica) senza che il proponente debba rincorrerli uno per uno. Il termine massimo per la conclusione è di dieci mesi dalla verifica di completezza della documentazione, prorogabile di altri tre soltanto per circostanze eccezionali legate a complessità, ubicazione o dimensione del progetto. Nello stesso pacchetto, anche i tempi della VIA vengono dimezzati rispetto alla disciplina ordinaria.

Gli indirizzi operativi chiariscono anche i dettagli minori che decidono l’esito di una domanda: PEC per la documentazione sotto i 50 MB in un unico file compresso, consegna materiale oltre quella soglia; oneri istruttori per VIA e AIA versati con due bonifici separati alla Tesoreria centrale dello Stato. Il modello ufficiale di istanza e le specifiche tecniche arriveranno, secondo il Ministero, nei prossimi giorni: il quadro procedurale è definito, la modulistica formale ancora no.

La scadenza che decide davvero la partita

Il punto che più conta per chi pianifica un investimento non è la durata del procedimento in sé, ma cosa succede prima che parta. Ogni impianto sopra i 10 MW si allaccia alla rete di trasmissione nazionale gestita da Terna; sotto quella soglia interviene il distributore locale. Il gestore di rete emette una STMG — il preventivo di connessione — e da quel momento il proponente ha 90 giorni perentori per presentare il dossier VIA completo. Non è un termine indicativo: superarlo comporta la decadenza della richiesta di connessione, con la perdita della posizione in coda e il ritorno alla fila per chi arriva dopo. Per rendere la fase transitoria più gestibile, gli indirizzi operativi ammettono che il progetto indichi inizialmente una soluzione temporanea in media tensione, da integrare quando arriva la soluzione definitiva di Terna in alta tensione: un margine di manovra reale, ma che non sposta la scadenza dei 90 giorni — sposta solo cosa ci si può permettere di non avere ancora pronto.

Cosa cambia per chi progetta, appalta o certifica

L’implicazione operativa è chiara: il dossier VIA non si prepara dopo aver chiesto l’allaccio, si prepara prima o in parallelo. Chi arriva alla STMG senza avere già pronti gli elaborati ambientali, gli studi di impatto e la relazione tecnica sulle opere di connessione rischia di bruciare la finestra di 90 giorni per un ritardo d’ufficio, non per un problema di sostanza. Vale per il proponente finale, ma anche per chi progetta il cablaggio, il raffreddamento e l’alimentazione dell’impianto — il lavoro che seguiamo dal sopralluogo alla certificazione — perché le scelte su classe di disponibilità e ridondanza e su cablaggio ad alta densità vanno decise per tempo: cambiarle a domanda già presentata significa spesso ripartire dalla verifica di completezza.

Un secondo binario, ancora in corso

Il procedimento unico non è l’unico fronte aperto. Il 24 febbraio 2026 la Camera ha approvato il disegno di legge che riclassifica i data center come infrastrutture strategiche nazionali, ora all’esame del Senato: se confermato, aggiungerebbe un canale ulteriore — un commissario straordinario di governo — per i progetti sopra il miliardo di euro di investimento. È un tassello ancora in movimento, da seguire, non da anticipare in un capitolato.

Cosa fare

  • Prima di richiedere la STMG al gestore di rete, verificate di avere pronta, o quasi, la documentazione VIA completa: i 90 giorni partono da lì, non da quando decidete di iniziare a scriverla.
  • Identificate per tempo l’autorità competente — Ministero o Regione — in base alla potenza dell’impianto: cambia l’interlocutore, non la sostanza del procedimento.
  • Verificate se il progetto supera la soglia dei 10 MW: sopra, l’allaccio passa da Terna; sotto, dal distributore locale, con tempi diversi.
  • Valutate la soluzione temporanea in media tensione se la connessione definitiva in alta tensione non è ancora pronta: è ammessa, ma va dichiarata nel progetto.
  • Seguite la pubblicazione del modello di istanza e delle specifiche tecniche annunciate dal MASE: senza quella modulistica, la domanda formale non si può ancora presentare.
  • Tenete d’occhio l’iter del disegno di legge sui data center come infrastrutture strategiche al Senato: può cambiare ulteriormente soglie e canali disponibili.

Il punto.

Per la prima volta un investimento in un data center italiano ha un tempo scritto per legge, non solo una promessa politica: dieci mesi, non due o tre anni. Ma quel tempo si guadagna solo rispettando una scadenza che arriva prima, silenziosa, con la STMG — e che non lascia margine per farsi trovare impreparati. Progettare un data center oggi significa avere pronta la parte tecnica prima ancora di chiedere la connessione elettrica: è il lavoro che facciamo per i nostri clienti nel settore data center, dal cablaggio strutturato alla certificazione, in coordinamento con chi segue il procedimento autorizzativo.

Dovete pianificare un nuovo data center, o mettere in sicurezza i tempi di un progetto già avviato? Contattateci: sopralluogo e preventivo gratuiti, per allineare cablaggio e certificazione ai tempi reali dell’autorizzazione.

Fonti