Note operative Tecnica

Impronta di carbonio del data center: che cosa entra nel conto e che cosa no

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Formine da biscotti in metallo a forma di stella su un piano da lavoro infarinato, dietro la sfoglia con le sagome già ritagliate e un matterello, fotografia in bianco e nero
La sfoglia è tutta lì: il numero dipende da dove si appoggia la formina, e i ritagli restano fuori dal conto.

Il numero di impronta di carbonio del vostro centro dati lo avete già consegnato: in un’offerta, in un bilancio di sostenibilità, nella risposta a un questionario del committente. Un concorrente con una sala identica alla vostra può consegnarne uno tre volte più basso senza scrivere una parola falsa. Sotto il vostro numero manca la riga che dice dove finisce il conto: senza quella, in contraddittorio si smonta con una domanda sola — che cosa ci avete messo dentro.

Sei fasi nella definizione, tre nel conto

La Raccomandazione ITU-T L.1308, Guidelines for the implementation of low-carbon data centres to climate change mitigation and adaptation, edizione 12/2025, prima edizione, è stata approvata il 14 dicembre 2025 dallo Study Group 5. A catalogo risulta In force, con un solo componente in vigore, ed è liberamente scaricabile in inglese.

Il ciclo di vita, al punto 3.2.2, ha sei fasi: scelta del sito, progettazione, acquisti, costruzione, esercizio, dismissione. Il conto delle emissioni, al 6.5, ne usa tre. Le prime tre restano fuori perché le loro emissioni sono «low and difficult to calculate» — basse e difficili da calcolare — e quindi «the carbon emissions in these three stages are not considered in this recommendation».

Restano costruzione, esercizio e dismissione, sommate in tonnellate di CO2. La costruzione conta produzione e trasporto di materiali e apparati, più mezzi e personale di cantiere; la dismissione, mezzi, attrezzature e personale di demolizione. L’esercizio conta «the operation of IT equipment and services, the cooling system, power equipment, and other data centre equipment» — il funzionamento degli apparati IT e dei servizi, il raffreddamento, gli apparati di potenza e gli altri apparati.

Rileggete la voce dell’esercizio: dice operation of, il funzionamento. I server che sostituite ogni quattro o cinque anni a sala accesa non sono in quell’elenco. La loro fabbricazione sta altrove.

Altrove vuol dire scope 3, e lo scope 3 è facoltativo

Il punto 6.5 prosegue: «Econstruction stage, Eoperation stage, Edemolition stage may include scope 1 emissions, scope 2 emissions and scope 3 emissions, if the data centre chooses to assess scope 3 emissions» — possono includere emissioni di scope 1, 2 e 3, se il centro dati sceglie di valutare le emissioni di scope 3. Sceglie. E il dato per farlo non è esigibile da nessuno: in fase di acquisti la raccomandazione chiede che «vendors should be encouraged to provide the carbon footprint reports of the facilities» — i fornitori siano incoraggiati a fornire i rapporti di impronta di carbonio degli impianti. Incoraggiati. Chi non li ottiene dichiara senza scope 3, e dichiara meno — sullo stesso confine dell’allocazione dell’infrastruttura condivisa fra chi ospita e chi è ospitato.

Il numeratore del CUE lo sceglie chi dichiara

Il 6.6 introduce l’indicatore di rapporto, il carbon usage effectiveness: CUE = E / PIT, con PIT il consumo degli apparati IT in megawattora. E la E? «is the GHG emission of the data centre, which can be Etotal, Econstruction stage, Eoperation stage, Edemolition stage, as needed» — è l’emissione di gas serra del centro dati, che può essere il totale, oppure la sola costruzione, il solo esercizio, la sola dismissione, secondo necessità.

Quattro numeratori ammessi, per due — scope 3 dentro o fuori: otto numeri legittimi per la stessa struttura, nessuno sbagliato. E se l’elettricità rinnovabile acquistata si porta in conto a emissione zero la forbice si allarga ancora: il punto 7.5.4.2 accetta che il consumo comprato fuori sia confermato con buoni d’acquisto o certificati di terza parte.

La definizione, al punto 3.1.6, è presa dalla ISO/IEC 30134-8:2022, Carbon usage effectiveness (CUE), edizione 1.0, pubblicata il 24 marzo 2022: norma a pagamento, non l’abbiamo letta. Nella L.1308 suona «Ratio of the data centre annual CO2 emissions to IT equipment energy demand» — rapporto fra le emissioni annue di CO2 del centro dati e il fabbisogno energetico degli apparati IT — e la scheda pubblica di catalogo aggiunge che il CUE quantifica le emissioni «during the use phase of the data centre life cycle». Emissioni annue, fase d’uso. Il 6.6 ammette al numeratore anche l’intero ciclo di vita, o la sola demolizione: stessa sigla, significati diversi.

L’unica riga sul perimetro non fissa il perimetro

Nel testo della L.1308 la parola boundaries compare una volta sola. È al punto 6.5, ed è un obbligo: «When comparing emissions across time periods or multiple data centres, the accounting boundaries shall be consistent» — quando si confrontano emissioni fra periodi diversi o fra più centri dati, i perimetri di rendicontazione devono essere coerenti. Nelle convenzioni del punto 5, shall indica «a requirement that must be followed strictly and from which no deviation is permitted». Degli undici shall del corpo, questo è l’unico sulla contabilità. Ma dice soltanto coerenti: non dice quale. Il perimetro resta una scelta di chi dichiara, e diventa vincolante solo se qualcuno la scrive in un contratto.

L’appendice I — che non è parte integrante della raccomandazione — mostra dove si arriva: un centro dati nella Cina nordoccidentale con PUE sotto 1,2 e REF al 100 %, per cui «total GHG emission is zero, CUE is zero». Totali. Un edificio costruito senza cemento e senza mezzi di cantiere non esiste: esiste un perimetro che quelle emissioni non le conta, e l’appendice non lo dichiara.

Le cinque righe che rendono confrontabile un numero

Quali fasi sono nel conto e quali no, nominate una per una. Se lo scope 3 è incluso, e quali delle 15 categorie a monte e a valle. Quale fattore di emissione si applica all’elettricità, con fonte e anno, e se i certificati d’acquisto entrano nel calcolo. Su quale periodo è misurato PIT, e in quale punto di prelievo. E la clausola che trasforma l’obbligo del 6.5 in impegno contrattuale: il perimetro di quest’anno è quello dell’anno prossimo, e ogni modifica arriva con il ricalcolo dell’anno precedente.

Le soglie sono un’altra partita, e le abbiamo già affrontate: la raccomandazione ne indica per il PUE (1,3 in clima freddo, 1,4 in clima caldo), per il REF (75 %) e per il recupero di rifiuti elettronici e batterie (100 %). Per il CUE nessun numero: solo fattori di emissione «significantly below the local grid average» — significativamente sotto la media della rete locale — e la tendenza a zero.

Quello che non sappiamo

  • Il periodo di PIT. Il 6.6 lo misura in megawattora ma non dice su quale arco temporale: con E pari all’intero ciclo di vita e PIT annuo, il rapporto non significa niente.
  • Il contenuto della ISO/IEC 30134-8. A pagamento: ne conosciamo numero, titolo, edizione, data e scheda di catalogo. Se le sue categorie di misura escludano i numeratori della L.1308, non lo sappiamo.
  • Quanto pesano le tre fasi escluse. Nessun ordine di grandezza, in tutto il documento.
  • Se la dismissione comprenda il trattamento dei rifiuti. La voce elenca mezzi, attrezzature e personale; il recupero dei materiali sta al 7.6, fuori dalla formula.
  • Il perimetro del caso di studio. L’appendice dà i risultati e non dichiara che cosa abbia contato.

Il punto

Un numero senza perimetro non difende nulla, e il perimetro non lo fissa la raccomandazione: lo fissa il documento di gara. Nei capitolati di conformità che consegniamo quelle cinque righe sono clausole, verificate in accettazione una per una: il contatore dichiarato esiste dove è dichiarato, e il valore consegnato si ricostruisce dai dati grezzi. Sull’altro asse, contatori, fatture, certificati d’acquisto, registri dei rifiuti e as-built confluiscono in una mappa unica del sito, dove un’AI segnala il contatore fermo, il fattore di emissione rimasto all’anno scorso e la deriva che a dicembre vi porta fuori dal valore dichiarato, e una squadra nostra interviene prima che quel numero finisca in un’offerta. Dove serve un’AI su quei dati, gira nel perimetro del cliente, on-premise o in cloud dedicato con data center in Italia, insieme a CSIDIA, l’altra società del gruppo.

Dovete dichiarare un’impronta di carbonio in gara, o verificare quella che vi ha consegnato il gestore della sala? Parlatene con un tecnico: il sopralluogo è senza costi, e il perimetro si decide prima di scrivere il numero.

Fonti