Digital Networks Act: il rame si spegne area per area, non a una data
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Un armadio di permutazione telefonico, di quelli grigi agli angoli delle strade o dentro le centrali, contiene ancora oggi migliaia di doppini in rame che portano numeri fissi, allarmi, ascensori, terminali POS. Il 21 gennaio 2026 la Commissione europea ha pubblicato la proposta di regolamento che decide quando quell’armadio smetterà di servire a qualcosa: il Digital Networks Act (COM(2026) 16 final). Chi si aspetta una data secca da segnare in agenda resterà deluso: il testo non fissa un giorno per tutti. Fissa una soglia, e la soglia si raggiunge in tempi diversi, armadio per armadio.
Non è il 2035, è il 95% di fibra più un’offerta accessibile.
Il meccanismo proposto ha due fasi. Fino al 31 dicembre 2035, uno Stato membro può ordinare lo spegnimento del rame area per area, ma solo dove si verificano insieme due condizioni: almeno il 95% degli immobili raggiunti da una rete in fibra, e offerte al dettaglio economicamente accessibili e di qualità comparabile per chi è ancora su rame. Superata quella data, le condizioni decadono: lo spegnimento diventa obbligatorio anche nelle aree rimaste indietro, con una sola eccezione, le zone dove posare fibra non è economicamente sostenibile. In pratica: il 2035 non è «il giorno in cui si spegne il rame», è il giorno in cui finisce la fase in cui lo spegnimento resta condizionato a un risultato reale sul territorio.
Il rame italiano non è quello svedese.
Il quadro europeo nasce da una fotografia poco omogenea. Il rapporto di progresso del BEREC sullo spegnimento del rame (BoR (25) 66, giugno 2025) fotografa 31 regolatori nazionali a metà 2025: solo 9 Paesi avevano già annunciato una data di chiusura totale — dal 2025 di Norvegia e Spagna al 2026 di Malta e Svezia — mentre 14 Paesi, di cui 11 Stati membri UE, non avevano annunciato alcun piano. L’Italia sta nel mezzo, con una particolarità che riguarda chi lavora sul campo: ha avviato lo smantellamento nel 2024, ma solo a livello di centrale — gli armadi di permutazione, i cosiddetti MDF — senza chiudere gli armadi stradali di quartiere, che restano attivi: è l’unico dei 17 Paesi con un piano di chiusura MDF a non prevedere anche quella dei cabinati stradali. Di conseguenza la maggior parte delle migrazioni italiane va verso il FTTC, non verso il FTTH, e l’Italia resta tra i 21 Paesi che non sanno indicare se e quando raggiungeranno le soglie orientative della Commissione (80% delle linee spente entro il 2028, 100% entro il 2030).
Per chi gestisce reti aziendali o di ente, il dato operativo è questo: la copertura in fibra sulla carta e lo spegnimento del rame che conta davvero sono due cose diverse. Un armadio di centrale può chiudere anche se l’ultimo tratto verso la sede resta in rame corto fino al box stradale — tecnologia FTTC, non fibra fino alla scrivania. Aspettare una data nazionale per pianificare la migrazione di allarmi, ascensori, linee dati e POS ancora su rame significa scoprirlo solo quando arriva la comunicazione di switch-off d’area: preavvisi che, secondo lo stesso rapporto BEREC, vanno in media da sei mesi a due anni, in alcuni Paesi anche tre o cinque. Mappare queste linee, come per qualsiasi altro asset di rete, è lavoro da fare ora, non quando arriva la lettera dell’operatore.
Le altre due leve: condivisione delle infrastrutture e resilienza.
Il Digital Networks Act non si ferma al rame. Introduce un accesso simmetrico al cablaggio interno degli edifici — utile per chi cabla condomini e multi-tenant, dove il vano tecnico è spesso il vero collo di bottiglia — e un regime armonizzato di condivisione delle infrastrutture passive, cavidotti e pali esistenti: più semplice riusarle che aprire un nuovo cantiere, lo stesso tema su cui abbiamo scritto a proposito di permessi e ripristino negli scavi. Istituisce anche un Union Preparedness Plan for Digital Infrastructures, un rapporto che il BEREC dovrà redigere per mappare dipendenze, vulnerabilità e nodi critici delle infrastrutture digitali europee con l’ENISA e la rete EU-CyCLONe: per chi gestisce reti critiche — data center, sanità, pubblica amministrazione — la continuità durante una crisi smette di essere solo buona pratica interna e diventa un requisito di livello europeo.
Chi paga la transizione, e chi rischia di restarne fuori.
Il punto più discusso non è tecnico, è economico. Gli operatori, attraverso le associazioni di settore, chiedono garanzie più solide sui tempi di transizione e sul sostegno ai costi di dismissione di infrastrutture private ancora operative: un’analisi giuridica pubblicata su Il Riformista l’ha definita apertamente «un’espropriazione di fatto» dove manca un indennizzo pieno. Dall’altra parte, il BEUC, l’organizzazione europea dei consumatori, chiede che la semplificazione normativa non indebolisca le tutele sulla concorrenza e sulla neutralità della rete, e insiste perché ogni piano nazionale garantisca davvero — non solo sulla carta — informazione tempestiva agli utenti, continuità dei servizi essenziali verso alternative equivalenti e accesso a internet e voce a prezzi accessibili anche dopo lo spegnimento: due posizioni diverse su chi paga una transizione che tutti considerano ormai necessaria.
Va detto con chiarezza che, a fine luglio 2026, il Digital Networks Act non è ancora legge: è una proposta della Commissione (procedura 2026/0013/COD) che segue l’iter ordinario. La commissione ITRE del Parlamento europeo ha tenuto un’audizione pubblica il 24 giugno 2026, il Consiglio UE ha messo a punto un proprio documento di lavoro il 23 giugno 2026, e il trilogo tra le due istituzioni deve ancora cominciare: le date possono cambiare, ma il principio di fondo — soglie invece di scadenze fisse, condivisione obbligatoria delle infrastrutture, resilienza a livello UE — difficilmente verrà ribaltato.
Cosa fare
- Mappate le linee in rame ancora attive — allarmi, ascensori, POS, centralini analogici, linee dati — prima che arrivi la comunicazione di switch-off d’area: l’Italia non ha ancora una data nazionale a cui aggrapparsi.
- Verificate presso l’operatore la tecnologia reale sul vostro indirizzo: uno spegnimento di centrale non equivale a fibra fino alla sede, può voler dire FTTC.
- Scrivete nei capitolati clausole di continuità e migrazione, non solo di posa: informazione tempestiva, servizio sostitutivo, tempi di preavviso definiti.
- Se gestite multi-tenant o pianificate scavi, seguite le norme su accesso simmetrico al cablaggio interno e condivisione delle infrastrutture passive.
- Seguite l’iter del regolamento: il trilogo può ancora cambiare le date, non il principio.
Il punto.
Il rame non sparirà per decreto europeo da un giorno all’altro: sparirà armadio per armadio, ovunque la fibra avrà davvero raggiunto la soglia che la legge chiede. Per chi gestisce reti aziendali, sanitarie o di ente, la domanda utile non è «quando lo dice Bruxelles», ma «cosa c’è oggi, su rame, nella mia infrastruttura». È il lavoro che facciamo prima di ogni migrazione a fibra: censimento delle linee esistenti, verifica della tecnologia realmente disponibile, capitolato scritto per reggere una transizione già cominciata — anche se nessuno ha ancora fissato una data di fine — per le reti di telecomunicazioni come per le infrastrutture della pubblica amministrazione.
Avete linee su rame di cui non conoscete l’esatta tecnologia di sostituzione, o un capitolato di rete senza clausole di continuità per la migrazione? Contattateci: sopralluogo e preventivo gratuiti, anche solo per capire cosa cambierà davvero per la vostra sede.
Fonti
- EUR-Lex — Proposta di regolamento COM(2026) 16 final, Digital Networks Act
- BEREC — Progress Report on managing copper network switch-off, BoR (25) 66 (giugno 2025)
- Commissione europea — Digital Networks Act, scheda di sintesi
- BEUC — Simplification in the Digital Networks Act must not come at the expense of consumers